58. Una messa a punto nella definizione di Rinascimento.

   Da: F. Chabod, Il Rinascimento, in Scritti sul Rinascimento,
Einaudi, Torino, 1967

 In queste pagine dallo stringente rigore scientifico, il grande
storico italiano Federico Chabod opera una sua messa a punto del
concetto di Rinascimento. Il termine, nato nell'Ottocento e basato
su di una netta, ma presunta, contrapposizione culturale fra due
epoche, si  poi snaturato fino ad essere addirittura del tutto
negato. Chabod distingue saggiamente ci che deve essere
attribuito al Rinascimento, perch gli uomini del Rinascimento ne
hanno per la prima volta coscienza, da ci che invece proviene dal
passato ed  il prodotto di una lunga transizione culturale.


   Il quadro tradizionale dell'antitesi Medioevo-Rinascimento 
gi pienamente tracciato dagli uomini del Quattrocento e del
Cinquecento: esso, attraverso il Vasari [Giorgio Vasari, 1511-
1574, artista e storico dell'arte, aretino], influenza in modo
decisivo tutta la critica d'arte sino ai tempi recentissimi.
   Crollo dell'Impero romano, trionfo del Cristianesimo avverso
all'antica civilt pagana, fine di quest'ultima, tenebre del
Medioevo:  il quadro classico, a cui Voltaire apporr, nel secolo
diciottesimo, il suggello della sua fama europea. Certamente,
laddove il Ghiberti [Lorenzo Ghiberti, 1378-1455, scultore, orafo
e architetto fiorentino] e il Vasari avevano parlato dei tristi
effetti che per l'arte aveva avuto lo zelo religioso dei
cristiani, senza con ci osar di esprimere una nota di biasimo
contro la religione, anzi constatando che la religione cristiana
non faceva quello per odio all'arte, ma solo per contumelia et
abbattimento degli Dei de' Gentili (Vasari, Proemio), il Voltaire
trova il motivo adatto per esprimere, ancor una volta, la sua
avversione al Cattolicesimo: donde la colpa della religione,
fatta responsabile direttamente - e per volont propria -
dell'oscurantismo medioevale. [...].
   E' il quadro che Michelet [Jules Michelet, storico francese
dell'Ottocento] e Burckhardt [Jacob Burckhardt, storico svizzero
dell'Ottocento], Spaventa [Bertrando Spaventa, filosofo italiano
dell'Ottocento], Dilthey [Wilhelm Dilthey, filosofo tedesco
dell'Ottocento] e Gentile [Giovanni Gentile, filosofo italiano del
primo Novecento] amplieranno s, nel senso di trasportare
l'originalit e i meriti dell'Italia trecentesca e quattrocentesca
dal solo campo letterario-artistico a pi vasto ambito, di
accentuare anzi soprattutto il lato filosofico, la generale
concezione del mondo, per cui soltanto allora si sarebbe avuta
la cosiddetta scoperta dell'uomo e della natura; ma che
manterranno nella fissit e rigidit non solo delle sue linee
generali cronologiche, bens anche del suo nettissimo stacco
dall'et medioevale, con cui, sostanzialmente non si cercano
nessi. Basti pensare alla celeberrima opera di Jakob Burckhardt,
alla Kultur der Renaissance in Italien, [La civilt del
Rinascimento in Italia], capolavoro da cui il Rinascimento usciva
fuori come uno splendido fiore, d'improvviso sbocciato in mezzo al
deserto: prima sembrava ci fosse il nulla o quasi, e i rapporti e
i punti di contatto con la civilt dei secoli precedenti non si
scorgevano, e il Rinascimento rimaneva in un superbo isolamento.
[...].
   Del tutto opposti al quadro tradizionale del Rinascimento sono
i risultati e le affermazioni di parte non indifferente della
critica recente.
   Presupposto di siffatta critica  il sempre pi accentuato
imporsi di quella tal forma mentis storiografica di cui si 
discorso, contrassegnata dall'anelito alla continuit: forma
mentis rafforzata nelle sue convinzioni dai risultati a cui si 
giunti approfondendo la coscienza della vita medioevale. Questi
ultimi decenni di studi europei hanno infatti condotto ad una
netta riabilitazione della vita dell'et di mezzo, anche dal punto
di vista artistico-letterario (laddove l'amore per il Medioevo dei
romantici era rimasto soprattutto confinato nel campo religioso e
politico). [...].
   Si  visto come la civilt antica non sia affatto andata
smarrita, totalmente, sotto l'urto delle invasioni barbariche, e
abbia invece lasciato in eredit ai secoli di mezzo norme
giuridiche, consuetudini economiche e, anche, tradizioni
culturali; si  posto in rilievo come, al di sotto dell'apparente
uniformit religiosa dei secoli tra il sesto ed il
quattrodicesimo, sia vissuto un mondo complesso di sentimenti e di
idee, non riducibili al solo denominatore comune dell'aspirazione
verso l'aldil; si sono scoperti periodi di rifioriture
intellettuali ed artistiche pur nei secoli che un tempo erano
detti i secoli di ferro, e si  parlato di una rinascenza
carolingia, di una rinascenza ottoniana, anche prima, dunque, di
giungere alla rinascenza francese del secolo dodicesimo [in quel
periodo fior la poesia trobadorica]. [...].
   Siffatti risultati hanno fatto scomparire il deserto da cui
prima il Rinascimento sembrava esser stato preceduto: al suo
posto, invece, un'et ricca di motivi assai vari, continuamente
mossa da curiosit, interessi, aspirazioni molteplici, travagliata
e piena di succosa vita. [...].
   E' ovvio che il Rinascimento non possa ereditare, in parte
almeno, talune tendenze ed atteggiamenti della vita precedente,
sul gran tronco della quale esso si innesta:  necessario, dunque,
cercare e precisare i collegamenti tra l'uno e l'altro di questi
due periodi storici, un tempo cos profondamente, irriducibilmente
divisi.
   Ma ecco che da questa prima e legittima constatazione, si 
addirittura trapassati, ad opera di pi d'uno studioso straniero,
dopo un parallelo generalmente parecchio superficiale tra forme di
vita e di pensiero del Medioevo e forme analoghe del Rinascimento,
alla assai pi radicale affermazione che il Rinascimento non ha,
sostanzialmente, creato nulla di nuovo, che tutto quanto esso ha
detto sull'uomo, sulla natura, sulla storia eccetera era gi, in
embrione almeno, nel pensiero dei secoli undicesimo-dodicesimo:
che insomma, contrariamente a quanto si  creduto per secoli, esso
non rappresenta un'epoca di importanza decisiva nella storia
dell'umanit. [...].
   Da allora, e tanto pi quanto pi si  accentuata la
rivalutazione dell'arte, del pensiero, della cultura medioevali,
siffatta tendenza negatrice dell'importanza del Rinascimento si 
andata accentuando: e si parla, oggi, di una rinascenza francese
del secolo dodicesimo che avrebbe anticipato tutte le conquiste
ideali della rinascenza italiana del Trecento e Quattrocento; e si
dice che col secolo tredicesimo tutto l'essenziale  gi acquisito
alla cultura europea, altro non restando che sviluppare le
conquiste fatte. [...].
   Si pone cos nettamente il problema: che cosa dobbiamo
intendere per Rinascimento? Fino a che punto esso nella sua forma
classica, cio italiana prima e da italiana e sotto l'influenza
italiana poi europea, sino a che punto dunque esso  originale nei
suoi motivi-base, e si presenta con caratteri propri? Si tratta di
un qualche cosa di sostanzialmente nuovo, di fronte alla civilt
del Medioevo; o non si tratta, invece, che di uno svolgimento e
ampliamento, notevole fin che si vuole, ma non originalissimo, di
motivi gi accennati in quel grande crogiuolo che  la civilt
europea dei secoli di mezzo?.
   Per metterci in grado di risolvere la questione cos proposta
dobbiamo anzitutto eliminare un grosso e grossolano equivoco in
cui si sta con troppa facilit cadendo. E l'equivoco  questo: di
confondere vita pratica e vita di pensiero, azioni quotidiane
degli uomini e consapevolezza raziocinante che l'uomo pu avere o
non avere di questo suo agire; di far tutt'uno della vita direi
fisica delle persone e delle loro riflessioni e concezioni.
[...].
   Quello per cui il Rinascimento  tale, non  l'agire pratico,
spicciolo di questo o quel personaggio, non  il vivere allegro di
un borghese fiorentino, o il lusso di una gentildonna mantovana, o
la sfrenata ambizione di un condottiero e la sete d'amore di un
qualsiasi uomo della corte di Napoli:  invece il modo con cui i
propositi e le azioni degli uomini vengono sistemati
concettualmente e da puro agire pratico, istintivo, diventano un
credo spirituale, un programma di vita. Gli uomini, da che mondo 
mondo, hanno sempre obbedito, nella loro vita di tutti i giorni,
ad alcune istintive ed elementari passioni [...] onde, se noi
dovessimo fare la storia sulla base di considerazioni simili,
dovremmo vedere tutto uguale, tutto simile dagli Egiziani e dai
Babilonesi ad oggi, e la storia diventerebbe un grigio indistinto
dove pi non potresti differenziare un'epoca dall'altra. Ma questo
non : perch, quando parliamo di periodi storici, di mondo
classico e di mondo medioevale, di Rinascimento, di Illuminismo e
di Romanticismo, a che altro intendiamo noi riferirci se non alle
idee politiche, morali, culturali e alle istituzioni in cui quelle
idee si sono incarnate, idee e istituzioni che caratterizzano le
singole et? L'uomo del Settecento ama, cerca il proprio comodo e
il lusso, canta la donna e il vino n pi n meno di quel che
avesse fatto l'uomo del Trecento: ma  mutato il modo con cui si
canta l'amore, si esalta la ricchezza, si appetisce il potere
politico, ed  precisamente questo modo che interessa.
   Il modo  dato dal pensiero e solo a questo dobbiamo
rivolgere l'attenzione. E' ovvio, per esempio, che nel loro agire
i capi di Stato, gli uomini politici abbiano sempre seguito il
motivo dell'interesse politico: uno studioso francese ha creduto
di dovere studiare il machiavellismo prima di Machiavelli, per
dimostrare che gi prima del segretario fiorentino i capi di Stato
avevano messo in pratica la dottrina che egli avrebbe codificato
poi nel Principe e nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio.
Nello stesso Medioevo, un Carlo Magno, un Ottone primo, un
Federico Barbarossa, hanno agito, nei singoli casi, conformandosi
ai dettami di quella che, dopo il Machiavelli, sar detta la
ragion di Stato, vale a dire al principio che dove si tratta di
cose di Stato, ivi si deve decidere in base anzitutto a criteri
politici. Ma ci non toglie che solo col Machiavelli si abbia
l'affermazione teorica, piena, netta, dura, che la politica  la
politica, al di fuori di qualsiasi considerazione di altra natura;
che solo con lui, cio, una consuetudine di fatto divenga precetto
teorico, norma proclamata di valore universale. Lo scandalo che
tali affermazioni hanno suscitato anche presso coloro che non si
scandalizzavano poi affatto di imbattersi nel machiavellismo
pratico, effettivo, giorno per giorno, di questo o quel sovrano,
dimostra per l'appunto quale profonda sostanziale differenza vi
sia tra il semplice dato di fatto, la consuetudine pratica e la
sua elaborazione concettuale.
   Allo stesso modo,  certo che nel Medioevo non mancano
grandissime figure umane, senza bisogno di attendere i virtuosi
[cio capaci di realizzare se stessi, non lasciandosi condizionare
dalla fortuna] principi italiani del Rinascimento: un Carlo
Magno, un Ottone primo, un Filippo Augusto sono individualit
che non temono certo il confronto con Gian Galeazzo Visconti,
Francesco Sforza, Cesare Borgia. Ma del tutto diverso  il modo
con cui queste potenti individualit agiscono sul pensiero dei
contemporanei, informandone le concezioni; completamente
differente  il rilievo che gli uni e gli altri hanno nella
storiografia. Ora, il problema  proprio qui: non nel decidere se
il Medioevo abbia o no avuto forti personalit - cosa che nessuno
potrebbe pi sognarsi di negare -, ma nel decidere se nella
generale concezione del mondo la individualit dei grandi uomini
abbia o no lo stesso rilievo, la stessa funzione nel Medioevo come
nel Rinascimento.
   Insomma: che l'uomo del Medioevo abbia anch'egli amato le
donne, che si sia compiaciuto di un buon pranzo o di stoffe
preziose, o di ornamenti artistici nella sua casa, ch'egli pure si
sia sentito slargare il petto nel contemplare l'azzurro terso di
un cielo primaverile, questo  pacifico, fuori discussione oggi.
Ma si tratta di sapere se egli abbia mai osato esprimere come
ideale di vita, come norma teorica, quel che Leon Battista Alberti
esprimer invece, a mezzo il Quattrocento, ponendo come ideale la
dolcezza del vivere. Questa dolcezza del vivere, in quanto
sensazione immediata ed istintiva,  propria degli uomini di ogni
et; si tratta invece di esaminare se e fino a che punto, in
quanto consapevole, voluta affermazione programmatica, essa sia
caratteristica del Rinascimento nei confronti del Medioevo.
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